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Una finestra sulla Biblioteca

I ricordi ... "In sul Partenio" di Giuseppe Olivieri

(di Sabrina Tirri)

La sala O della Biblioteca statale di Montevergine è ubicata al secondo piano, tra l’archivio e la sala Q. Questa sala conserva materiale bibliografico di argomento inerente alla storia religiosa, sociale, politica ed economica della Campania in senso lato e a quella più circoscritta dell'Irpinia. Dai circa 9000 volumi che ivi si custodiscono, di cui 6370 sono recuperabili mediante il catalogo elettronico, si estrapolano notizie e informazioni utilissime a secondo del tipo di ricerca o studio che si sta conducendo. A volte anche degli scritti semplicissimi, opuscoli di pochissime pagine, riflessioni e viaggi personali offrono dei particolari e degli spunti importantissimi su un determinato tipo di storia. Rientra in questa casistica l'opuscolo dal titolo In sul Partenio, scritto dal professore Giuseppe Olivieri ed edito a Salerno dall’Officina tipografica salernitana. Dall'Archivio della provincia di Salerno, nel fascicolo 3 del 1933, si apprende essere originario di Montecorvino Pugliano, essere stato insegnante presso la scuola tecnica di Salerno ed essere stato prigioniero per 37 giorni di alcuni briganti, vicenda riportata nei Ricordi briganteschi: una storia che pare romanzo del 1872, testo che pure si trova nella Biblioteca di Montevergine, a disposizione degli utenti. Ma ritorniamo all'opuscoletto di nostro interesse. In sul Partenio viene dato alle stampe nel 1909, e facendo due semplicissimi conti, scopriamo festeggiare proprio quest'anno i suoi 110 anni, portati, direi, non proprio maluccio. Il libretto - consultabile ora anche nella sezione Le collezioni digitali del sito - offre una piacevole e poetica narrazione di due viaggi realizzati dall'autore al Santuario di Montevergine, che chiama a sé devoti e pellegrini in qualsiasi stagione dell'anno, ma in maniera più sostanziale nei mesi che vanno da aprile a ottobre. La ricerca del divino e della pace, che può essere placata solo da un luogo di culto lontano dalle città e dai ritmi frenetici, diventa la ragione per cui si tende a ripetere questi itinerari più volte nell'arco della propria vita. Anche il prof. Olivieri è stato in più di un'occasione al monastero verginiano perché spinto da un vivo e intimo bisogno e dal desiderio di respirare nuove energie. I due viaggi ivi rievocati sono stati compiuti insieme all'amico sacerdote Giovanni Rega nel periodo autunnale, ma in anni differenti: il primo il 9 ottobre 1905 e il secondo il 21 settembre 1909. Nonostante la durata dei due soggiorni sia stata diversa, il primo di 2 e il secondo di 5 giorni, il senso di quiete e di  libertà che assapora è lo stesso. Il racconto dell'ascesa in sella ad un cavallo mostra come la mulattiera fosse l'unica via di accesso al monte, fiancheggiata da "selve di castagni e di faggi secolari", alberi che da sempre popolano la montagna verginiana, e che ultimamente vengono minacciati nel periodo estivo da folli piromani. La tranquillità del trotto viene però ad un certo punto resa instabile e piuttosto faticosa dalle avversità del clima tanto da provocare in lui turbamento e scompiglio, sentimenti resi talmente bene da sembrare al lettore di essere in sua compagnia. Una scena quasi apocalittica e sconvolgente ai sui occhi: "quasi nel mezzo del cammino, cominciò cupamente a rombare il bosco, rinfittì la pioggia, infuriò il vento, rabbuiossi più scura l'aria, e quelle forre stridevan sì da metter sgomento... I castagni svettavano, i faggi scricchiolavano, e fra' rami paurosamente sibilava, fremeva, infuriava il vento, sbatacchiandoci in pieno viso la pioggia...", la quale più in vetta si tramuta in neve. Seguendo le prescrizioni benedettine di benevolenza e di amore nei confronti del pellegrino, gli viene concessa un'affettuosa ospitalità da tutta la comunità dei monaci e in particolar da p. Ildefonso Zimarino, del quale apprezza principalmente il fervido amore e lo zelo apostolico impiegati per educare i giovani probandi. Impellente è il suo portarsi in chiesa per rendere omaggio alla Vergine di san Luca, tesi ormai supertata da recenti studi che l'attribuiscono al pittore trecentesco Montano d'Arezzo. "Il mirabil dipinto", splendente di maestà, di grazia, di benevolenza, di pace e di perdono, ubicato nella cappella imperiale, dove oggi continua ad essere venerata dopo anni trascorsi sull'altare della chiesa madre, gli procura sempre sensazioni nuove: "sempre bellezze nove scorgo e miro". È rapito dalla grande e misteriosa potenza che l'immagine possiede, potenza misteriosa riconosciutale anche da grandi artisti come il valente maestro il cav. Vincenzo Volpe, succeduto a Domenico Morelli nella Direzione del Reale Istituto di Belle Arti in Napoli, dal 1918 al 1926, e chiamato dall'abate Vittore Corvaia per restaurare, rinnovare, creare, abbellire i locali del monastero. Suggestiva la rappresentazione da lui eseguita sull'apparizione del Salvatore a san Guglielmo collocata alla sinistra del quadro della Vergine. Ma tante sono le opere del pittore grottese che si possono ammirare al Santuario e al Palazzo di Loreto, nelle cui stanze, si legge ad un certo punto, ha sostato il patriota meridionalista Francesco Crispi con la moglie Lina. Un'atmosfera sublime si respira nelle chiesa che si fa ancor più trascendentale con le note del canto gregoriano emesse dall'organo realizzato dalla ditta Fedeli di Foligno, inaugurato nel 1896, e recentemente restaurato. L'organo, maneggiato con cura dall’abile padre benedettino Mauro Capozzi, solleva l'Olivieri dalle angustie e dalle miserie della vita. Il suono liturgico si mescola alle  litanie dei pellegrini, che giunti nel chiostro del santuario, salgono in ginocchio la scalinata, tradizione ancora molto sentita per chiedere delle grazie. Le sue profonde seppur brevi riflessioni spaziano dalla tradizione votiva alle consuetudini della comunità verginiana, come quella riguardante il silenzioso raccoglimento che precede il pranzo dei monaci, assorti nell'ascolto della lettura di un capitolo della Regola o della vita di un santo. Grandi elogi vengono poi espressi ai due abati che si sono succeduti, Vittore Corvaia e Gregorio Maria Grasso, per i lavori realizzati, e ai benedettini tutti per la cura mostrata nelle loro mansioni; in particolare apprezza l'ordine simmetrico e preciso da loro ricercato nella distribuzione delle piantine nel nascente giardino alpino, denominato Tenorea, in onore dell’illustre Michele Tenore, e considerato sezione dell'Orto Botanico di Napoli; progetto purtroppo abbandonato negli anni per carenza di manodopera. Colpiscono l'animo del narratore non solo le bellezze artistiche del Santuario ma anche quelle naturali della montagna, come anche la schiera di paesi visibile all’orizzonte in cui sprofonda la sua immaginazione. E concludiamo proprio trascrivendo alcune sue righe che nella parte finale ricordano l'ultimo verso de L'infinito di Leopardi: “L’occhio si fissava in fondo in fondo, il pensiero annegavasi in quell’immensità, e il naufragar era dolce in tanto mare”.

Lasciare la presa e ricordare: una riflessione di Enzo Bianchi sulla vecchiaia

(di Domenico D. De Falco)

Enzo Bianchi, La vita e i giorni. Sulla vecchiaia, Bologna, Il Mulino, 2018

Leggere Enzo Bianchi è sempre una esperienza significativa, illuminante, formativa. Non scopriamo nulla di nBianchi_Sulla vecchiaiauovo: l’ex priore della Comunità Monastica di Bose pubblica delle riflessioni semplici, scritte con un linguaggio altrettanto genuino e quando le si legge ci si convince facilmente e velocemente della loro profonda verità. Ma poi, se si prova a replicarle, magari a raccontarle a nostra volta, o anche banalmente a ripensarle, allora ci si rende conto che non è possibile, giacché si tratta di autentiche epifanie che per quanto elementari, per poter essere concepite e divulgate in maniera chiara – così come fa Enzo Bianchi – hanno bisogno del dono della comunicazione, quello che rende comprensibile anche la più complicata delle teorie.

In poco più di 100 pagine, Enzo Bianchi fa un capolavoro di sintesi sulla vecchiaia, non tralasciando di affrontare con il suo tono lieve, ma molto intenso, alcuni luoghi comuni solitamente riferiti alla cosiddetta terza età.

In fine di ogni capitolo sono riportati i riferimenti bibliografici in cui sono citati i testi biblici – uno su tutti il Qoehlet (12, 1-8), per «leggere la vecchiaia nella sua realtà e nel suo simbolismo» -, i classici della letteratura latina – Cicerone, Ovidio, Terenzio … -, gli autori moderni – Bonhoeffer, Hillman - ma anche poeti quali Eliot, Kavafis, Manlio Sgalambro; e Violeta Parra («Grazie alla vita che mi ha dato tanto»), Edith Piaf («Je ne regrette rien»).

Uno dei capitoli più “forti” del libro è intitolato significativamente Lasciare la presa e ricordare, dal quale trascriviamo un ampio stralcio: «Lasciare la presa: è un’arte non facile, eppure è la prima da esercitarsi nella vecchiaia. È l’arte del distacco, del saper prendere una distanza, dell’accettare di non poter più tenere in mano tutte le corde […] prepararsi ad abbandonare la funzione, il posto, l’occupazione, lasciando ad altri, alle nuove generazioni, la possibilità di subentrare e di portare avanti ciò che per noi umani resta sempre inadempiuto […] Lasciare la presa permette di discernere ciò che è essenziale per una vita sensata e che possa essere “salvata”, significa affermare la dimensione della gratuità: si è fatto molto a causa dei doveri e degli impegni, ma è giunto il tempo dell’otium, del “dolce far niente” che può essere vissuto cercando la quiete, aumentando il tempo per dedicarsi alla vita interiore, per essere più liberi dalle esigenze che ci imponevamo o che ci erano imposte dagli altri. Lasciare la presa non è un lasciar cadere dalle mani nel pozzo la corda del secchio, ma un lasciare alcuni fili per stringerne con più forza altri».

Sembra un brano scritto anche per quelli come noi che, ormai molto prossimi alla pensione, si crucciano e si dolgono non per ciò che li aspetta (una nuova vita fatta di ritmi più lenti e lievi, la coltivazione dei propri autentici interessi finalmente liberi dalla tirannia del tempo, qualche più frequente viaggio approfittando di far visita a figli che lavorano all’estero…), ma perché non possono trasmettere adesso le loro conoscenze a giovani colleghi e dunque il loro “lasciare la presa” non sarà forse una fase indolore e così idilliaca come la descrive Enzo Bianchi. Al quale siamo comunque grati per avercela descritta nella maniera più schietta.